L’autostima nella pratica quotidiana

Come valutereste la vostra autostima? Leggete l’articolo e compilate il test!

L’autostima è un complesso processo psicologico basato su criteri auto-valutativi, soggettivi ed autoreferenziali.
Fondamentale nella costruzione dell’identità, l’autostima é una misura soggettiva circa ciò che siamo in relazione a ciò che vorremmo essere in contesti specifici (personali, sociali, lavorativi, familiari, fisici). Pur trovando espressione in situazioni che implicano interazioni con il mondo esterno, l’autostima rimane una valutazione intima che la persona fa di sé, e intimo e anche il disagio che a volte ne deriva. Sono, infatti, sempre più frequenti le richieste di intervento conseguenti al funzionamento più o meno corretto del suddetto meccanismo. Quando questo funziona ci sentiamo sicuri e forti di noi stessi. Quando la stima di sé non è ottimale le sensazioni che la persona avverte possono essere di inadeguatezza, insicurezza, frustrazione. Non sempre si è coscienti che il problema sia effettivamente questo ma di fronte al dubbio è bene verificare in sede di consulenza. 

In letteratura fioriscono ogni giorno teorie psicologiche che tentano di spiegare ma anche rivisitare questo interessante costrutto. Il primo a utilizzare il termine autostima fu lo psicologo e filosofo americano William James.  James, da buon pragmatista, portò alla luce l’importanza dell’agire umano nella determinazione del concetto di Sé. Il concetto di Sé è quell’insieme di dati (opinioni, credenze, gusti, valori, consapevolezze…) a cui un soggetto fa riferimento per descrivere se stesso. L’autostima è parte fondamentale di questa macro-struttura psichica che definiamo appunto concetto di Sé.
Siamo nel tardo 1800. James definì l’autostima il rapporto tra concetto di Sè ideale (ossia come vorremmo essere) e Sé percepito (come ci vediamo). Il modo in cui ci vediamo è una valutazione soggettiva di quello che James definì Sè reale (come siamo veramente). Maggiore sarà la discrepanza tra le due realtà psicologiche (sé ideale e sé percepito) tanto il soggetto si troverà in difficoltà con se stesso. Minore distanza tra le due grandezze corrisponderà ad una più alta autostima. In altre parole, se ci sono sentimenti auto-svalutanti significa che non siamo come vorremmo essere, se il giudizio auto-valutativo è invece positivo significa che siamo come desideriamo essere. James, arrivò a sintetizzare il concetto anche con una formula: l’autostima è uguale al rapporto tra i successi e le ambizioni.  Vorrei specificare che si fa riferimento ad ambizioni raggiungibili e non frutto di deliri di grandezza o narcisistici! Non si può negare che esistano studi a conferma dell’esistenza di una componente genetica nel processo di autostima, ma, non potendo quantificarne il livello di incidenza e in virtù delle sue caratteristiche fortemente dipendenti dall’interazione con il mondo esterno, soprattutto in età infantile, ritengo di poter confermare con serena certezza il ruolo preponderante dell’ambiente. Mi piace portare qui l’esempio dei due gemelli omozigoti che pur avendo ricevuto il medesimo corredo genetico sviluppano poi personalità diverse (più o meno forti, più o meno sicure, con più o meno autostima).  

Il concetto di autostima, come accennato poco sopra, prende “forma” in età infantile e si evolve per lo più grazie alla presenza coerente e funzionale della figura paterna attraverso rinforzi positivi.  Ricordiamo che il rinforzo positivo è quell’atto che, mediante elogio o ricompensa, conferma la correttezza o la bontà morale di un comportamento. Potremmo immaginare i rinforzi positivi come i primi mattoni nel muro della costruzione della stima di sé.
Un esempio: ogni volta che il bambino porta a casa un buon risultato, il genitore rinforza il successo del piccolo dicendogli “sei stato veramente bravo!” o “Bravo! Continua così!”. La conferma e la gratificazione producono rispettivamente un rafforzamento dell’auto-consapevolezza circa la correttezza del comportamento agito ed una sensazione di bravura che al suo ripetersi si assocerà al comportamento in oggetto. 

Col passare del tempo, in condizioni ottimali, il fondamentale feedback genitoriale cambierà sede e albergherà nella struttura psichica dell’adulto. Un importante e fondamentale passaggio evolutivo: dal riferimento esterno alle più profonde maglie della personalità matura. Da questo momento in poi, l’autostima, per quanto concerne le risorse a cui attinge e i suoi processi funzionali, dovrà vivere di prodotti propri e la persona di sé stessa. 

C’è sicuramente chi si domanderà il motivo per il quale io abbia fatto solo riferimento all’importanza della figura paterna. Rispondo subito che fatte salve alcune eccezioni, e per ordini superiori di stampo antropologico, biologico, filo-genetico è proprio il “ruolo” paterno o maschile ad essere determinante nel processo di formazione di un’alta stima di sé (a ragion pratica sia nei figli che nelle figlie) così come in egual misura, il “ruolo” materno o femminile si rivela fondamentale nel determinare nei figli (maschi e femmine) il concetto di empatia! Nella pratica clinica quotidiana posso confermare che la correlazione tra problematiche legate all’autostima e presenza più o meno costate e funzionale della figura paterna in età infantile è molto alta.

Avevo prima fatto riferimento, citando la formula di James, al rapporto tra successi ed ambizioni specificando che queste ultime dovessero essere concretamente realizzabili. Aggiungo ora, per rendere più chiaro e completo il quadro, che queste ambizioni oltreché realizzabili dovrebbero possedere una valenza personale, ovvero dovrebbero essere importanti soprattutto per la persona che le ha nutrite!  Mi spiegherò meglio. Un successo esterno (lontano quindi dai propri gusti o princìpi) nonostante possa far ottenere, in potenza, un consenso sociale positivo, non sarà sufficiente ad alimentare la stima di sé. Probabilmente genererà confusione nella persona che assocerà il piacere ad una qualsiasi forma di successo, suo o meno suo, portandola, probabilmente alla prossima occasione, a puntare fuori da se stessa in un vortice che genererà un possibile problema di identità, invalidando la formula di James.

Sperando di essere stato chiaro, arrivo così a sfatare un mito diffusissimo: quello per cui “le persone di successo possiedono un’alta autostima”. Questa correlazione non è sempre corretta. Potremmo affermare che può succedere che persone di successo abbiamo “anche” una buona stima di sé ma spesso in sede clinica riscontro il contrario. Mi capita non raramente di accogliere in studio persone cosiddette “vincenti, di successo, con altissimo consenso sociale”. Il successo in effetti lo riscuotono ma funziona solo con gli altri ed è insufficiente per loro. La sensazione che lamentano quasi sempre è quella di non essere “abbastanza”;  quella secondo cui “c’è qualcosa che manca”. In casi più gravi, ritengono di non essere meritevoli del successo ottenuto (anche se più che guadagnato). Il vero problema è che hanno, si, puntato e raggiunto un obiettivo, ma quello di qualcun altro. Si trovano spezzati in due tra gli elogi e i riconoscimenti di un successo esterno e l’angosciante  sensazione di un fallimento più profondo e personale.
Tutto ciò è paradossale, ma se in queste righe sono stato chiaro dovrebbe essere semplice cogliere il fatto che non serve, o non basta un successo rilevabile all’esterno se poi non conta per noi. 

Ricordiamolo: l’autostima è come  “uno specchio che funziona solo con noi”! Sarebbe un grave errore quello di capitare di fronte allo specchio di qualcun altro e solo per la facilità o pigrizia fermarsi e provare a rispecchiarci in esso. 

Sintetizzo quanto detto finora: l’autostima è un processo interiore soggettivo ed autoreferenziale basato sul rapporto personale tra ciò che pensiamo di essere e ciò che vorremmo essere. Gli effetti dell’autostima non durano nel tempo pertanto dovremmo provvedere al loro rinnovamento. Saranno sufficienti piccoli  gesti che, ricordiamolo ancora, dovranno avere una valenza soprattutto per noi!

Concludo con un piccolo test utile a verificare la presenza o meno di una buona autostima. 

Test Breve Autostima

Area Decisionale
  • hai spesso la sensazione di non essere del tutto sicuro/a di una cosa detta o fatta?
  • prima o dopo una scelta hai spesso bisogno di chiedere conferma a qualcuno?
  • ti capita di frequente di ritenere il tuo aiuto/opinione poco utile ad altri?
  • quando senti il bisogno di porre una domanda o chiedere qualcosa, ti capita spesso di rinunciare?
  • ti capita spesso ti cambiare opinione su qualcosa?
  • di fronte ad una prima prova fallimentare ti capita spesso di non riprovare? 
Area Valutativa
  • hai mai pensato quando hai fatto bene qualcosa che questa non sia abbastanza?
  • complessivamente, ti ritieni poco soddisfatto/a di te stesso/a ?
  • per sentirti sicuro/a o capace ritieni di aver spesso bisogno di una conferma esterna?
  • modificheresti caratteristiche fisiche ad un riscontro medico non da modificare?
  • nei contesti sociali poco conosciuti ti senti a disagio?
  • di fronte allo specchio tendi a soffermarti più sugli aspetti negativi che positivi del tuo corpo?
  • se qualcuno ti critica tendi a pensarci per molto tempo?
  • quando studi qualcosa o devi imparare qualcosa tendi a pensare di non riuscirci?  

Se le risposte sono per lo più affermative potresti avere un problema di autostima.
Sappi che puoi lavorarci e migliorare! 

Bibliografia

  • James, William. [1890] 1983. The principles of psychology. Cambridge, MA: Harvard University Press. 

Tutela del diritto d’autore. Puoi copiare totalmente o parzialmente il testo citandone l’autore. Fabrizio Pomarico.

Dubbio Patologico: il dubbio che diventa unica certezza

Sono molte le persone che chiedono aiuto a causa di problematiche legate al dubbio, non sapendo che si trovano di fronte ad un dubbio patologico.
E’ luogo comune pensare che la presenza di un dubbio giustifichi in ogni caso il dovere di analisi o approfondimento del tema oggetto del dubbio stesso.
In altre parole ”se ci penso vuol dire che ne ho motivo e se ne ho motivo ho anche ragione di intervenire”.
Non sempre è così!

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FOMO: la dipendenza da social network

fomo dipendenza da social network

FOMO: Fear of missing out

Trovate difficile stare lontano dai social?
Osservare la vita degli altri attraverso i social ha mai condizionato la vostra?
Controllate l’attività social svariate volte in pochi minuti?
Potreste essere vittime della FOMO, Fobia dell’esclusione da contesti, detta anche paura dell’occasione persa.

Un caso tipico
Immaginiamo che abbiate deciso di passare un sabato sera a casa, in tutta tranquillità. Ordinate una pizza e, nell’attesa della consegna, vi accomodate sul divano con lo smartphone in mano per un rapido scrolling sui post più recenti. Mentre osservate le storie dei vostri amici, iniziate ad avvertire la sensazione di non essere nel posto giusto. Vi sorge il dubbio che avreste potuto spendere meglio il sabato sera. Pochi minuti affacciati a questa finestra virtuale e uscendo dal social vi accorgete che è cambiato qualcosa. Avete cambiato idea, punto di vista. Non riuscite più a cogliere la ragione che vi aveva spinto a decidere di rimanere a casa. Arriva la pizza, ma probabilmente avrete cambiato idea anche su quella. 
Cosa è successo? Cosa ha mandato in frantumi quella che all’inizio sembrava un’ottima idea? Avete sperimentato uno degli effetti della FOMO!

Cosa è la FOMO
La FOMO è una nuova forma di dipendenza da Internet: una dipendenza da  social-network. Quando si è vittime della FOMO, la vita e le scelte degli altri, osservate attraverso la lente dei social, appaiono più interessanti e stimolanti della propria. E più ci si collega più si alimenta inconsciamente questo processo di comparazione e confronto tecno-sociale dal quale si esce quasi sempre sconfitti. L’angoscia che lascia questo parallelo impari stimola:

  • il bisogno di allinearsi ad un elevato ritmo di pubblicazione e partecipazione;
  • il controllo ossessivo e compulsivo degli aggiornamenti degli eventi social. 

Di fronte all’impossibilità di collegarsi, o alla necessità di scollegarsi sorgono invece:

  • angoscia e ansia per il presunto evento mancato e per la potenziale occasione persa;
  • senso di esclusione ed alienazione da un “qualcosa” che nei fatti non esiste ma nella mente si e si percepisce come realistica possibilità.

Questa attività di controllo dell’attività social può assorbire ed occupare molte delle risorse quotidiane, tanto da essere rilevabile, osservando la vittima della FOMO, come parziale o totale mancanza di attenzione e partecipazione al contesto fisico circostante. Sarà capitato sicuramente di scorgere negli occhi del vostro interlocutore un certo imbarazzo nel cercare di ricostruire il filo di un discorso per lo più inascoltato! Ciò accade perché chi è affetto dalla FOMO non è mai del tutto “presente”. Gli occhi illuminati dallo schermo touch quasi non si muovono perché a fuoco sui caratteri di testo e sulle immagini, come in uno stato di trance ipnotica. La compagnia o la conversazione del momento non sono importanti, o meglio, non importanti quanto l’oggetto di interesse virtuale su cui hanno canalizzato l’attenzione. Pensiamo a chi messaggia in auto, in metro, chi carica post al ristorante, in palestra magari circondato da persone. Fisicamente si trova in compagnia ma la sua attenzione e interesse puntano altrove. E’ una condizione paradossale, a pensarci bene,  in cui si è tutti insieme-soli!

Quali sono i rischi dell’abuso di social-network?
L’abuso del mezzo digitale nella comunicazione, oltre a generare o nascondere un’anomalia nel normale e tradizionale processo di scambio comunicativo, altera drasticamente le modalità ed i registri di pensiero e attenzione, nonché i processi di rappresentazione cognitiva del mondo interno ed esterno (io-altri), dando luogo a modelli relazionali, proiezioni mentali e comportamenti sociali disfunzionali.

Quali sono i sintomi della FOMO?
Non sempre è facile individuare gli elementi patologici di una condotta  che, molte volte, in quanto comune, frequente e sovrapponibile al comportamento normale, potrebbe non destare sospetto o preoccupazione. Pertanto, a scopo di esemplificazione  elencherò una serie di comportamenti tipici della vittima della Fomo.

  • Predilige l’uso dei social per comunicare con persone che potrebbe facilmente vedere o sentire dal vivo;
  • quando non è collegata o non può controllare l’attività social, avverte irritabilità, ansia o umore depresso.
  • non riesce a passare ore a smartphone spento o senza controllare e/o rispondere alle notifiche;  
  • pubblica più foto e contenuti al giorno anche quando molto impegnata; 
  • le persone attorno si lamentano per la quantità di tempo che trascorre sui social; 
  • è poco produttiva;
  • in stato di noia si collega ai social senza valutare altre risorse;
  • manifesta disagio o aggressività se viene distolta dall’attività social; 
  • perde ore di sonno per rimanere collegata; 
  • si promette più volte di disconnettersi senza riuscirvi con facilità;

 Per concludere, appurato che la normalità di un comportamento di utilizzo di un qualsiasi mezzo sta nella giusta misura e non nella scelta dicotomica rispondente al principio del “tutto o nulla”, in presenza di requisiti come quelli sopra elencati, il suggerimento è quello di rivolgersi ad un esperto, che possa misurare e valutare il reale livello di dipendenza o influenza da social, e, se ritenuto opportuno, procedere ad un intervento psicoterapeutico Digital Detox oriented che consiste nel recupero delle abitudini analogiche di comunicazione ed interazione e successivamente nel ripristino del giusto equilibrio di utilizzo della tecnologia.